sabato 27 aprile 2013

Dal blog AbbattoiMuri - #Cyberstalking: quando siete perseguitati/e da chi si sente esclus@ da voi!

Copio e incollo dal blog AbbattoiMuri, mai come in questo momento lo sento vicino a me.

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Quello che desideri se non l’ottieni vorresti distruggerlo. Così si attiva il linguaggio dello stalker. Può anche essere una stalker, senza dubbio. La questione è esattamente uguale. Lo vedi dal rincorrersi di voci sulla rete, di persone che sentendosi rifiutate mortificano l’oggetto del proprio desiderio. L’obiettivo è sempre quello di attirare la sua attenzione, ovvero di sciuparne la soglia di desiderabilità affinché non sia più disponibile all’attenzione di chiunque altr@.


O sei con me o contro di me. D’altronde sono dinamiche assai note e il livello di ossessione e accanimento continua fintanto che l’acido corrosivo non sciupa il volto della persona che si intende rendere indesiderabile a chiunque altr@.


Vedete: stare sul web e occuparsi delle questioni di cui si occupa la gente come noi, roba di genere, ferite, offese, criticità relazionali, definizione e fotografia di una umanità complessa, espone comunque ad una richiesta, spesso è una pretesa, arrogante, violenta, che ti colloca in quello stesso ruolo nel quale non vuoi assolutamente stare: la cura.


Più una persona sul web è visibile e più attorno a lei vedi questo insieme di malumori e acredine, talvolta è puro odio, ostinato, scomposto, privo di senso, perché diventa comunque oggetto di desiderio.


Bisogna praticare l’inclusione a tutti i costi, anche di chi ti offende, bisogna prendersi cura dell@ stalker in virtù del fatto che egli/ella immagina di porgere l’odio in una dimensione più politica. Bisogna prostrarsi, praticare una inclusione e realizzare una disponibilità affettiva che può lasciarti svuotata, priva di energie, perché succede che talvolta non sia neppure reciproca e quando sei tu ad aver bisogno d’altri non li trovi o te li trovi contro.


Catalizzare l’attenzione implica spesso il sentirsi dire che il punto è che tu ci sei, esisti, e dato che ci sei susciti desiderio, bisogno di inclusione, necessità di approvazione, perché tante persone sono fragili, ne incontriamo tante – virtualmente – che sono chiuse in casa perché disoccupate, stanche, un po’ depresse, e questo mondo si riversa qui sul web alla ricerca di una risorsa affettiva e non accetta un no come risposta. Non riesce ad accettare un “abbandono”. Non accetta neppure un forse o un “non sono d’accordo“.


Per includere devi assolutamente accettare quella versione degli eventi, in modo acritico, perché a dirtela è qualcun@ la cui negazione ti costerà tantissimo in termini umani e di serenità personale.


Non abbiamo una regola per sfuggire a questa dimensione di cronicità relazionale dove quel che sei, che vuoi e che desideri conta molto poco perché conta soltanto che tu approvi, accetti, includi, ti prendi cura delle ragioni altrui. Perciò è difficile manifestarne di proprie senza determinare una rottura. Perciò è difficile realizzare un reale pluralismo in rete. Perché la tua opinione sembrerà la negazione stessa del bisogno altrui.


Quella che si crea con le persone che si incontrano anche virtualmente è una relazione spesso impari, dipende dai livelli di autonomia soggettiva, dipende da quanto poi si è in grado di restituire a chi ti regala umanità e ascolto, dipende da quanto ci si sente traditi se la persona che tu scegli come riferimento si mette a ruttare e dovrà pur poterlo fare senza che si dica che sia un angelo caduto dal cielo.


Si tratta poi, in fondo, di innamoramenti di quel soggetto che è visibile e a te risulta anche desiderabile. Ci vedi tutto il bene, tutta la luce, la meraviglia, canonizzi virtualità, è presupposto per una relazione impari perché da lei/lui tu vuoi il sogno e non gli/le perdonerai mai il fatto che in realtà dovrai svegliarti a considerarne l’umanità.


Un soggetto desiderabile, dunque, anche virtuale, non può rifiutarti. Non può scegliere di non avere a che fare con te, le tue motivazioni, le tue urgenze, le tue frustrazioni. Se ti rifiuta sarà oggetto di una tempesta di battute acide, sarcastiche, lesive di tutto, dove se non può esserci questo allora non esisterà null’altro, dove l’esclusione dal sogno diventerà la distruzione dell’umano.


Ci sono donne e uomini che conosciamo che hanno ciascun@ il proprio o la propria stalker personali (mai fare senza!). Solitamente costoro puntano a costituire un branco di esclusi ed escluse, una specie di gruppo di autoaiuto, in cui l’argomento di conversazione prevalente è come fargliela pagare a lei o a lui che ha osato tanto.


Nel tempo l’abbiamo definito cyberstalking perché di sentimenti umani e personali è fatto anche il contesto virtuale. La gente è spinta da motivi che non sono differenti da quelli del mondo reale.


Dopodiché bisogna chiarire almeno alcuni punti essenziali:


- il/la cyberstalker generalmente attacca, sfibra, diffama e se l’oggetto della sua persecuzione risponde poi dice che la colpa è “sua” e che chi denuncia questo trattamento è “vittimista“. E’ la stessa dimensione per cui l’autodifesa viene definita “aggressione” da qualunque persona violenta. Perché quando ricevi i colpi e le offese dovresti restare zitt@ e non agire mai per disinnescare e/o fermarli.


- il/la cyberstalker ritiene di essere nel giusto perché – ricordate – nella sua paranoia siete voi che l’avete rifiutat@, voi il/la cattiv@, voi colei o colui il/la quale merita di subire violenza.


- il/la cyberstalker non sa distinguere tra l’accanita ossessione nel pedinarvi virtualmente, l’esporvi alla gogna e la critica. Per lui o lei sono assolutamente la stessa cosa. Il suo obiettivo è cancellarvi, rovinare la vostra esistenza. Può addirittura dedicarvi un sito o un blog intero per calunniarvi e non retrocederà da questo intento e anzi diventerà sempre più aggressiv@ tanto più eviterete di cagarl@ o tra lui/lei e voi porrete una mediazione altra che se ne frega delle presunte e deliranti “ragioni” varie ed eventuali che lui/lei usa per perseguitarvi.


- il/la cyberstalker ha una attitudine autoritaria, nega qualunque sforzo di autodeterminazione, si sente Dio, ritiene che la tua vita sia nelle sue mani e che potrà fare di te quello che vuole. La relazione che esige non è consensuale. Voi esistete soltanto per soddisfare il suo desiderio.


- il/la cyberstalker ha una parete intera (virtuale) di vostre parole, immagini, fotografie, sulle quali compaiono scritte offensive e letture disoneste degli eventi perché egli/ella intende attraverso questi screditarvi ed accreditare la giustezza della sua azione.


- il/la cyberstalker non agisce da sol@, specie se virtualmente, perché per crearvi un danno ha bisogno di una rete che moltiplichi il suo segnale e questa rete è ugualmente complice, alimenta l’ego del/della cyberstalker, galvanizza per avere accesso ai primi posti nel linciaggio, sollecita, per assoldare il/la professionista in cyberstalking nelle direzioni che più preferisce.


- il/la cyberstalking, come il cyberbullismo, è cattiveria vile e senza umanità, perché compiuta da chi ritiene di essere stat@ ferit@  o escluso dall’oggetto del suo desiderio. Mi@ o di nessun altr@. Se non mi appartieni ti distruggo. Questa è la direzione intrapresa.


Detto ciò, lo diciamo a chi intende difendersi, possono esistere modi per disinnescare. Noi li conosciamo e se volete saperne di più basta che scriviate su abbattoimuri@grrlz.net (ndb. poi io giro anche alle altre)


Però dove non arriva il disinnesco, il dialogo e un confronto di solito si insinuano denunce e reati. La denuncia può essere annunciata. Una volta. Specie se vuoi proprio evitare di farla. Per far comprendere che il danno procurato è grave. O perché corrisponde ad una dichiarazione di innocenza quando qualcun@ ti addebita ogni malefatta e questa cosa coinvolge l’opinione e la tua immagine pubblica. Dopodiché la fai in silenzio perché non puoi e non devi usare modalità coercitive della libera espressione altrui e i luoghi per dirimere conflitti così seri sono altri e non il web.


L’annuncio, dicevamo, significa “in qualche modo devo farti smettere dato che tu mi procuri un danno“. Perché tutto quel che ti viene inflitto non è sicuramente gratis. Va detto per informare chi si diverte in queste pratiche e anche chi le subisce. Ingiuria, diffamazione, calunnia, quel che si ritiene leda la reputazione di una persona, cyberbullismo, cyberstalking, sono più o meno reati che ti portano via un tot di anni di vita in procedimenti giudiziari, da 1 a 6 anni di carcere come pene previste, svariate migliaia di euro per risarcire un danno (e lì dipende dall’entità del danno che può essere biologico, economico, professionale).


Capita sovente, va detto ancora per informarvi, che, come si scriveva QUI, tante persone usino facebook come fossero in casa propria, senza orecchie e occhi che possano registrare le loro mosse. Facebook è uno strumento che si usa con una leggerezza impressionante e infatti le cause per diffamazione e ingiuria abbondano. Non c’è giorno in cui la postale non riceva una segnalazione, una denuncia, a carico di qualcun@. A loro segnalate perfino i contenuti che vi piacciono poco, quelli che non condividete, facendo diventare l’opinione stessa un reato, in una idea giustizialista e forcaiola che esige censura. Diversamente pochi sanno che esistono molti procedimenti in vita per i reati che ho già citato, perché la gente insulta gratis, diffama, perseguita e calunnia e immagina di essere intoccabile perché si espone utilizzando un nick anonimo.


Il punto è che dietro ogni nick c’è un ip e dietro un ip c’è un preciso indirizzo di una precisa persona che se anche si chiamasse in rete pinco pallo poco importa.


Ci sono forme molto diverse per difendersi che non richiedono il pedinamento difensivo online, ché il cyberstalking per difendersi dal cyberstalking non è proprio tollerabile. C’è una autodifesa che non deve affatto essere la partecipazione attiva al processo messo in atto dal tribunale dell’inquisizione che il/la cyberstalker ha istituito appositamente per voi. Ignorare e non rispondere ai deliri di queste persone è assolutamente vitale affinché abbiate chiara e netta la separazione tra voi e loro, affinché non si determini un legame, una specie di co-dipendenza che nelle relazioni violente può esserci, in cui l’un@ non sa esistere senza l’altr@, ragion per cui se il/la cyberstalker non vi avrà dedicato almeno un post in cui vi sputa merda attirate la sua attenzione citandol@. “Cicco mi tocca e toccami cicco” d’altrocanto è un detto antico che una qualche ragione doveva pur avercela. Il/la cyberstalker che ostinatamente tenta di attirare la vostra attenzione e vi perseguita si distingue infatti maggiormente quando voi lo/la cagate zero e lui/lei riempie pagine a voi dedicate.


Dunque disinnescare, tentare, che so, di parlarne, se impossibile ignorare, non cadere in una trappola di co-dipendenza psicologica dalla violenza, avere sempre chiaro che bisogna agire nel modo migliore per sottrarsi a quella morsa di attenzione deleteria, tenere ben a mente che voi fate quello che volete quando volete, per scelta, e non subirete l’imposizione di un rapporto virtuale con persone con cui non volete avere a che fare.


Avere anche chiaro, a seconda dei vostri livelli di visibilità, che esistono anche delle pur se complesse forme di mitomania, di gente che per microfama vi linka a ripetizione sperando di innescare un flame e acquisire ranking, visibilità, in qualche modo pubblicità, sebbene negativamente, che accenda un riflettore su di se’. Sono personalità fortemente egoriferite che vivono pensando di saper identificare il male con un loro speciale capta/demoni e da bravi/e esorcisti/e poi si avviano al ripristino del bene armati di croci, aglio e puzzette scomposte.


La satira in questi casi può aiutare molto, per disinnescare, diversamente chiamate una squadra di vampiri che potrà insegnare come un mondo senza Dio e senza luce può essere tanto più interessante di questi mondi paradisiaci in cui tutti odiano tutti e in cui a voi è richiesto dare via comprensione a soggetti la cui cura non può e non deve essere una vostra competenza.


Quello che manca in rete è una figura del mediatore o la mediatrice virtuale che possa dirimere conflitti, quand’essi assumono le forme che abbiamo descritto, e che possa recuperare una dimensione di confronto civile dove le parole brutte sono state spese tutte quante.


Diversamente da quel che si potrebbe pensare, in ogni caso, sappiate che a sfidare e rincorrere e richiamare a duelli spesso non sono neppure gli uomini perché le modalità che non sono fisiche consentono alle donne di svelare quel che diversamente svelerebbero anche nei confronti fisici. Sono aggressive, violente, protette dalla comunicazione virtuale, senza guardarti in faccia, si permettono di dire e fare cose che di persona non direbbero e farebbero mai.


Da quel che abbiamo potuto analizzare ricorre spesso, anzi, che le figure più aggressive sono quelle piene di problemi, molto insicure, piene di fobie, rinchiuse in casa, non in grado di risolvere le proprie vite e di approcciare il mondo, sono persone di una fragilità assoluta, la cui arroganza e violenza non per questo può essere tollerata o giustificata, ma è già capitato ad una persona che conosciamo di trovarsi di fronte, in tribunale, ad un’altra persona perfettamente sconosciuta, la cui fisicità e postura svelavano una totale inadeguatezza a insistere nel conflitto in una dimensione reale.


Sono soggetti che a parole farebbero chissà cosa e in concreto poi, se chiedi loro di venirti a dire in faccia quel che pensano, tacciono, non escono, non si manifestano. Il loro mondo è spesso virtuale, la loro forza è un bluff, la loro scìa persecutoria è vigliacca e non sa definirsi in confronti aperti e leali, senza il branco a protezione.


Qualunque tentativo di disinnesco attuato a livello virtuale con gente di questo genere funziona poco perché quelle che vedete non sono persone che corrispondono a se stesse e che sono coscienti dei propri limiti. Loro stessi/e negano la propria dimensione d’umanità, hanno poco contatto con se’, figuriamoci quanto contatto possano avere a livello d’empatia con voi, le amicizie che vi fanno perdere, i vostri familiari che feriscono, le relazioni professionali che rovinano.


Non sono umani. Sono avatar. Sono AlterEgo. Corrispondono a ciò che loro vorrebbero essere. Perciò in voi vedono altrettanta assenza di umanità. Voi siete lì reali, con tutte le vostre fragilità, i limiti, perfino le contraddizioni, e loro esigono di ridipingere soggetti privi di complessità in cui o è bianco o è nero, santi o demoni, e pretendono pure che voi vi caliate in quel ruolo che vi hanno ricucito addosso per sfidarvi nella loro guerra in videogames.


Ecco: per prima cosa voi, parliamo delle vittime, continuate a tenere fermo il contatto con voi stessi/e. Voi siete soggetti reali, loro, semplicemente, spesso non esistono, non si presentano nei luoghi in cui voi siete presenti e se lo fanno non hanno neppure il coraggio di guardarvi in faccia e dirvi “ciao, sono pallin@65 e sul web ti chiamo stronz@!“. Perché l’interazione reale, per forza di cose, ha regole molto diverse tra sconosciuti ed è perfino ammesso, a meno che tu non sia un@ maniac@, che io non mi curi affatto di un estrane@. Non è raro che quel che negli incontri reali tra soggetti che si sono conosciuti virtualmente succede, ovvero la disillusione, accade in senso inverso tra stalker e la persona che è oggetto della sua persecuzione. Lo/la stalker realizza che quell@ non è un avatar e che è un essere umano, perché è disumanizzando la vittima, come facevano i nazisti, che ritieni di potergli/le infliggere tutto il male che vuoi.


Concludiamo: un soggetto paranoico nutre la propria paranoia ritenendo di essere al centro del mondo della persona che perseguita e qualunque cosa ella o egli scriva pensa che sia riferito a se stess@. Lo chiariamo per i nostri e le nostre stalkers personali (fanno curriculum, tutto sommato), questo post è riferito ad una serie di vicissitudini di persone amiche, tante, che sono sottoposte costantemente a cyberstalking soprattutto da parte di donne. Vuole essere d’aiuto. Non intende mandare messaggi tra le righe giacché solitamente, noi, se abbiamo qualcosa da dire a qualcun@ odiamo segnare l’universo con generiche frasi acide e velenose e non usiamo perifrasi e universalizzazioni di quel che gravita attorno al nostro ombelico. Il mondo è molto ma molto più grande del nostro ristretto universo e perfino del vostro. Fatevene una ragione! :)


E ricordate: la prima forma di autodifesa è la conoscenza. Imparare a riconoscere la violenza è essenziale. Lo è per riconoscerla ed evitarla fin dall’inizio, lo è per tentare di disinnescarla durante, lo è anche per affrontarla con gli strumenti che in senso autodeterminato deciderete di usare.


 

domenica 14 aprile 2013

La febbre del sabato (sera)

Ma voi ve lo ricordate questo film?

Noi lo abbiamo rivisto ieri sera e ci siamo divertiti un sacco

SNF


La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever) è un film musicale del 1977 diretto dal regista John Badham, con John Travolta e Karen Lynn Gorney. Si sono avute versioni del film in teatro a Londra, Sydney e Broadway.

Il film è tratto da una pseudo inchiesta giornalistica di un quotidiano newyorkese sulla vita notturna delle comunità povere metropolitane, contrapponendosi alla vita mondana delle classi agiate di Manhattan, le serate fastose negli storici templi della disco music come lo Studio 54.

La trama tratta comunque tematiche serie, affrontando problemi giovanili tuttora attuali, come l'emigrazione, l'uso di stupefacenti nelle discoteche, il razzismo - che non risparmia i protagonisti italo-americani, marchiati con gli annosi luoghi comuni di accidia e sciatteria - e la violenza tra bande.

Sono consegnate alla storia del cinema le sequenze di ballo, arricchite dai successi degli anni settanta, tra cui spiccano le canzoni originali dei Bee Gees, che con la pellicola ritrovano una nuova stagione di gloria. Di un certo effetto sono alcune scene girate presso il ponte di Verrazzano.

Le riprese in discoteca furono effettuate in un vero club di New York, il 2001 Odyssey, tra luglio e agosto 1977.

Il film uscì nelle sale americane venerdì 16 dicembre 1977 e una settimana dopo la colonna sonora, balzò subito al primo posto delle classifiche discografiche. In Italia, il film uscì il 13 marzo del 1978[1]

John Travolta e l'etichetta discografica di Robert Stigwood RSO, bisseranno in pochi mesi il loro successo con il film e la colonna sonora di Grease.

Trama


Negli anni settanta, Tony Manero (John Travolta) è un ragazzo di origini italiane che vive a Brooklyn.

Personaggio di carattere ambiguo e superficiale, Tony lavora in un negozio di vernici, frequenta connazionali con cui compiere bravate, approfittare della loro amica ingenua Annette e accendere risse con bande rivali, ad esempio con dei portoricani che hanno picchiato un loro amico. L'unico vero talento di Tony è il ballo in discoteca, dove non conosce rivali e si guadagna il rispetto dai coetanei e l'ammirazione delle donne, anche se il suo interesse principale rimane il ballo e non il sesso.

Nella scuola di ballo che frequenta, Manero conosce Stephanie Mangano, anche lei italo-americana ma più matura e volitiva. Lei vive a Manhattan e si barcamena come giornalista. Nonostante le differenze di età e di carattere, i due si avvicinano e iniziano una frequentazione più o meno regolare per partecipare ad una gara di ballo della discoteca in cui Tony balla il sabato sera. Dopo varie vicissitudini, Stephanie e Tony si esibiranno nella memorabile scena sulle note di More than a woman dei Bee Gees, lui in completo bianco con pantaloni "a zampa di elefante" e camicia scura, e grazie alle simpatie del pubblico strapperanno la vittoria ad una assai più meritevole coppia portoricana.

Tony rifiuta il disonesto premio. Avendo capito che il suo fine è il cuore di Stephanie, glielo dimostra in modo assai brutale e lei scappa. Tony e gli amici, oramai ebbri, promuovono l'ennesima bravata sul Ponte da Verrazzano, facendo acrobazie tra cavi e piloni, ma a farne le spese è il giovanissimo Bobby C. (che cade in acqua e muore), apparentemente il più equilibrato ma emarginato per le sue origini portoricane, per il suo benessere economico e perché, nell'indifferenza generale, deve presto sposare la sua ragazza incinta. Il giovane non trova aiuto nemmeno in Frank, un religioso di scarsa convinzione, fratello di Tony.

La tragedia porta il protagonista a rivedere il suo atteggiamento superficiale verso la vita. Così Tony abbandona la combriccola e, dopo una notte passata in metropolitana, si reca a Manhattan e si scusa con Stephanie. Lei lo perdona e i due giurano di rimanere buoni amici.

Commento


Il titolo racconta la voglia di vivere e di evadere di una generazione americana segnata da un pessimismo che fa seguito agli eventi socio politici degli anni 'Settanta: crisi economica, disavventura vietnamita, fine della corsa allo spazio e dei movimenti studenteschi. Eventi comunque sottostanti, senza che siano mai accennati nella pellicola.

Parallelamente La febbre del sabato sera esce in Italia nella primavera del 1978, un anno segnato dal terrorismo e da una generalizzata stanchezza giovanile dopo un decennio protestatario e politicizzato. Il film lancerà prepotentemente la moda duratura della disco music e del ballo in genere, dove le nuove generazioni vi trovano un nuovo e soprattutto pacifico spazio di aggregazione.

La cronaca di costume conierà il termine travoltismo che va a coincidere con il processo di reintegrazione che i sociologi indicherano come riflusso.

Non mancherà un indotto nel campo dell'abbigliamento, tra lo sportivo tennistico ed il casual - da citare il frivolo marchio Fiorucci - ed un incremento della domanda di apparecchi stereo hi-fi e di illuminazione cosiddetta psichedelica per l'allestimento di feste da ballo in casa.

Colonna sonora









Per approfondire, vedi Saturday Night Fever (colonna sonora).


  1. "Stayin' Alive", Bee Gees, durata 4'45"

  2. "How Deep Is Your Love", Bee Gees, 4'05"

  3. "Night Fever", Bee Gees, 3'33"

  4. "More Than a Woman", Bee Gees, 3'17"

  5. "If I Can't Have You", Yvonne Elliman, 3'00"

  6. "Symphonie No 5" (originale di Beethoven), Walter Murphy, 3'03"

  7. "More Than a Woman", Tavares, 3'17"

  8. "Manhattan Skyline", David Shire, 4'44"

  9. "Calypso Breakdown", Ralph MacDonald, 7'50" (*)

  10. "Night on Disco Mountain", David Shire, 5'12"

  11. "Open Sesame", Kool & the Gang, 4'01"

  12. "Jive Talkin'", Bee Gees, 3'43" (*)

  13. "You Should Be Dancing", Bee Gees, 4'14"

  14. "Boogie Shoes", KC and the Sunshine Band, 2'17"

  15. "Salsation", David Shire, 3'50"

  16. "K-Jee", MFSB, 4'13"

  17. "Disco Inferno", The Trammps, 10'51"


Fonte Wikipedia

 

sabato 13 aprile 2013

Detti regionali della Lombardia

"Chi gha na tusa in cüna, el pò dì pütana a nisüna"

tradotto: se hai una figlia occhio a dare della puttana alle altre donne

Se hai una figlia occhio a deridere le mancate maternità altrui potresti ritrovarti con una figlia sterile o peggio........

Fonte: Mia figlia

Profili inquietanti

AHAHAH :D

Ridicol* davvero ridicol*........

Ebbè......

Politica

Tu cosa fai quel giorno?

19aprile

Parto per un we Bellissimo!!!!!!!

Shhhhh..... silenzio

tratto da una conversazione alla fermata del tram

"....... Sai ci sono individui che insistono a cercare torbido dove è limpido e allora scavano disperatamente nel passato consegnando al presente la loro dabbenaggine.

Quando la verità sarà svelata, cosa opporranno a giustificazione dei loro vacui comportamenti? Si assimileranno al menzognero oppure si allontaneranno di tutta fretta per non venire investiti dalle conseguenze?

Il materiale si moltiplica perchè l'incapacità di chiudere la bocca e non lasciarsi andare a dire idiozie è nota caratteriale.

Tacere se non si conosce.... "

Buffo come le parole altrui a volte suonino come pertinenti anche nelle vite di persone che conosci o addirittura nella tua.

Verbi su cui meditare: tacere, conoscere,  riflettere, ragionare.

 

shhh

Origine immagine


(http://www.sodahead.com/living/did-you-ever-come-across-a-snake-in-your-backyard/question-3488077/comment-102815443/)

domenica 7 aprile 2013

Mother's

Ho trovato questo post che leggete,  se potete ascoltatelo, qui, mi ha davvero molto colpito soprattutto le prime parole

"Mother, you had me, but I never had you
I wanted you, you didn’t want me
So I, I just got to tell you
Goodbye, goodbye".....

E' una canzone di John Lennon,  sono contenta di condividerla dal blog GregoryBateson.

I figli.....

A volte si crede che i figli siano grandi, beh anagraficamente lo sono di certo, poi arriva a Natale e cosa ti chiedono per regalo?

L'astronave della Lego.

Si!!!!!!!!!!!!!!!

 

Il regalo di Natale del mio bambino di 28 anni :)

 

Work in progress con assistente d'eccezione Vanilla

212

Lavoro ultimato

213

 

martedì 2 aprile 2013

Comune di Milano - Consiglio di Zona 3 - Progetto Bigenitorialità

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"I dati Istat dicono che nel 2011 nelle regioni del Nord Italia il matrimonio civile ha operato il sorpasso e prevale con il 51,7% rispetto al 48,3% di quello celebrato in chiesa. Le separazioni sono state 88.191, rispetto alle 85.945 dell’anno precedente (+2,6%), di cui i figli minori coinvolti sono stati 65.427. Inoltre, le separazioni con assegno (importo medio pari a 447 euro mensili) corrisposto dal marito sono state il 97,8 %,mentre la casa nel 56,2% delle separazioni viene assegnata alla moglie.


Queste prime cifre aiutano inequivocabilmente a capire che ci si separa sempre più  e che è ancora il marito a “pagare” maggiormente le spese di una separazione, in termini economici e abitativi.


A essersi invertita, però, a partire dal 2006 (anno dell’introduzione della legge 54 sull’affido condiviso), è stata la quota di affidamento dei figli concessi alla madre, che si è fortemente ridotta a vantaggio, appunto, dell’affido condiviso. Il “sorpasso” vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre), per poi consolidarsi negli anni successivi. Nel 2010 le separazioni con figli in affido condiviso sono state l’89,8% contro il 9% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre. La quota di affidamenti concessi al padre, però, continua a rimanere su livelli molto bassi: difatti anche laddove ci siano motivi che inducano a tale scelta, si tende a privilegiare l’affido ai Sevizi Sociali con collocamento presso la madre oppure nelle comunità, con conseguenti grandi esborsi per la società.


Questi altri dati, invece, indicano come siano stati fatti passi avanti nel permettere di espletare al meglio il ruolo di genitore, ma soprattutto di permettere al figlio di poter continuare ad avere un padre e una madre indipendentemente dalle loro scelte, spesso imposte, garantendogli così maggiore equilibrio e ponendolo dunque al di sopra delle parti contendenti, in ragione del suo interesse, che deve essere quello superiore e prevalente.


Un importante step normativo che  rimarca l’importanza primaria spettante al bambino, anche e soprattutto in caso di separazione (tutela degli interessi del Minore), è molto recente, ed è la legge 10 dicembre 2012, n. 219,la cosiddetta legge sulla equiparazione dei figli. Questa difatti sancisce che i figli sono tutti uguali all’interno del codice civile, tant’è vero che è scomparsa l’aggettivazione che distingueva i figli naturali, legittimi, adottati: non ci devono essere differenze tra figli e figli perchè ciò che conta è che “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale" (primo comma dell'articolo 155 del codice civile).


Ulteriori ipotesi di modifiche alla legge 54 del 2006 che rispettino quest’ottica riguardano l’introduzione del doppio domicilio per i bambini, per evitare di fomentare i conflitti interni tra genitori e l’esclusione di uno dei due genitori dall’esistenza del proprio figlio e l’asserzione che entrambi i genitori devono contribuire al mantenimento dei figli, non solo con un assegno, ma partecipando attivamente alla sua vita (concetto di positive parenting). E’ invece già un fatto che non interverrà più il tribunale per i minorenni nelle questioni legate all’affidamento e al mantenimento dei figli in caso di separazioni tra genitori non coniugati, ma sempre il tribunale ordinario.


Il principio di bi-genitorialità trova dunque il suo habitat naturale in quest’evoluzione normativo-sociale e oltre a promuovere, dando una reale applicazione e significato, l’affido condiviso, cerca di allontanare quello che è da sempre l’annoso rischio in caso di separazione:vedere e trattare i figli come merce di scambio, oggettivarli. In questo senso il problema dei figli contesi nasce soprattutto da un problema culturale. Ma i bambini hanno il diritto di non subire le scelte dei genitori, e quindi di passare da “oggetto del contendere” a “soggetto di diritto”." (....) cit. Delibera di Consiglio